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PERCHE' CONTROVENTO? "ControVento" perchè crediamo che nella societĂ  in cui viviamo ci sia bisogno di una voce contro vento, di una voce identitaria, di una voce fuori dal coro. Di certo non siamo nessuno per credere che la nostra sarĂ  la veritĂ  assoluta ma crediamo comunque che ci siano i presupposti giusti per far si che la nostra voce non sia quantomeno strumentalizzata. Questa "voce" è completamente autoprodotta, senza fini di lucro ed è frutto di un lavoro che da tempo era in cantiere. UscirĂ  anche in versione cartacea nelle scuole, nelle universitĂ  e nei bar di Perugia. COSA E' COMUNITA' MILITANTE PERUGIA – ASSOCIAZIONE CULTURALE TYR? Una comunitĂ  umana e politica di giovani e meno giovani un pò diversi dagli altri. Persone che ancora credono in certi valori, valori che troppo spesso sono stati dimenticati. Persone a cui non piace dire sempre di si, persone diverse. In poche parole è l'idea che si trasforma in azione. Per info, contatti e appuntamenti al buio: controventopg@libero.it Qui trovi il nostro spazio su YouTube, dove ci sono documenti filmati fatti da noi, it.youtube.com/ControventoPG





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venerdì, 16 maggio 2008

La crisi della “destra radicale”: La deriva nazional-populista.

di Eresia Maxima

 

La crisi della “destra radicale”:
tra estremismo pre-politico, trasformismo neo-conservatore
e derive nazional-populiste.

 

La terza sponda della crisi: la deriva nazional-populista e l’abiura della metapolitica

L’ultima sponda che ha devastato la destra radicale è quella nazional-populista; perfettamente in linea con lo scenario di crisi appena prospettato dalle altre due tendenze: pre-politica ed estremistica la prima; di entrismo e trasformismo-post-ideologico la seconda.

Il Nazional-Populismo è figlio di un termine ambiguo partorito dalla leadership rautiana negli anni Ottanta (il termine “nazional-popolare”), che nell’intento originario doveva essere concepito come la totale e naturale influenza della destra radicale e del suo impianto metapolitico nella crescita e nella “rigenerazione” di classi dirigenti che avessero la predisposizione e la tentazione ad essere vere avanguardie rivoluzionarie di popolo. Questo termine viene poi successivamente confuso per anni con gli scenari francesi del Fronte Nazionale di Le Pen, con Haider in Austria o col BNP Inglese, ed ha finito per generare in Italia una miriade di micro-formazioni alla ricerca di una collocazione elettorale distinta ed alternativa alle destre ufficiali (An – Fi – Lega). Dal 1995 in poi, attraverso una serie infinita di scissioni dovute più alle smanie di protagonismo e ducismo dei loro animatori piuttosto che a differenti contenuti e programmi (Fiamma Tricolore, Forza Nuova, Alternativa Sociale, Fronte Nazionale e Sociale), in molti hanno cercato di intercettare il consenso elettorale sui temi della crisi, sapendo bene che esiste un bacino elettorale distinto dalla destra istituzionale classica.

Purtroppo la “mal-destra” concorrenza dei leader politici di riferimento, che hanno vissuto e vivono tutt’oggi di rimessa “sugli avanzi del pranzo e della cena” lasciati dal duce Berlusconi, non ha permesso la crescita di uno spazio concretamente autonomo, identificato, radicato, alternativo. Esiste il paradosso che vede sempre la stessa scena: tutti i gruppi più o meno minoritari nazional-populisti, pur utilizzando il medesimo linguaggio minimalista, pur utilizzando gli stessi immaginari, ed avendo pressoché simile il posizionamento politico, invece di creare un unico cartello strategico, entrano in pesante conflitto pre-elettorale per le briciole (conflitto sapientemente etero-diretto dall’ unico grande regista duce-Berlusconi), ed avendo in sé tutti indistintamente il gene regressivo della “vetero-missinità” ducista rinunciano ad una costruzione unitaria condivisa, ad un lavoro per staff, quindi orizzontale, ed alla logica crescita di classi dirigenti sui cosiddetti tempi lunghi. Tutti questi soggetti puntano per definizione all’uovo oggi anziché alla gallina domani. Anche questa terza sponda che interagisce pesantemente con il perimetro meta-politico della destra radicale risulta fortemente “guastata” nel linguaggio ed inadeguata negli immaginari proposti, i quali da un lato non risultano abbastanza forti per arginare le spinte estremistiche pre-politiche sulle quali dovrebbero dominare incontrastati (lo stadio, la musica, la strada) e dall’altro sono percepite invece con tinte troppo fosche ed indesiderate per la società civile da conquistare.

Anche il “nazional-populismo” è supinamente appiattito sulla brutta copia della destra anti-comunista istituzionale, anche il nazional-populismo è seriamente limitato nelle tematiche di difesa ad oltranza del cittadino dall’immigrato invasore islamico e dallo stupratore rumeno, anche il nazional-populismo è tornato ad essere a seconda della prevalenza e del periodo (soprattutto negli immaginari endogeni) neo-fascista, anti-comunista, interventista, squadrista, dannunziano ecc.ecc.ecc. senza tuttavia esserlo nelle scelte finali di natura culturale e politica (anche perché fascisti, interventisti, squadristi e dannunziani, votati tutti al concetto della mobilitazione totale, erano, antropologicamente parlando, tutto tranne che “di destra”).

In realtà non ci si pone la domanda di come venga percepito esternamente tale immaginario e/o se perlomeno risulta essere “differenziato” rispetto all’estremismo pre-politico e/o al neo-conservatorismo post-ideologico.

È soprattutto nella fascia giovanile nazional-populista che “la contro-rivoluzione” sul linguaggio, gli immaginari ed il collocamento politico ha colpito più duramente, e che la destra radicale sta perdendo la sua battaglia di influenza culturale, a tal punto che c’è una sottile polemica strisciante, una sorta di disconoscimento verso tutte le pregresse esperienze, verso tutti i fratelli maggiori destro-radicali, verso tutte le espressioni precedenti e/o collaterali, in nome di un nuovo purismo assoluto, intransigente, pragmatico.

La parola d’ordine è: lasciateci lavorare in pace dove voi avete fallito.

In questa fascia hanno preso piede tutti una serie di “integralismi” possibili ed immaginabili (da quello cattolico a quello neo-squadrista, a quello neo-futurista, ha ripreso spazio un anti-comunismo militante spicciolo di strada, la visione dell’occidente come ultimo “baluardo di purezza razziale assoluta” (ah ah ah!!!), ed il linguaggio si è pesantemente involuto, contratto; le parole d’ordine si sono ridotte a slogan di “micheliniana” memoria che erano già fuori moda nel 1968, e tutti sognano il protagonismo rinnovatore della grande destra anti-comunista ed anti-immigrazione che ci liberi dal peccato originale (amen).

Così mentre “l’occidente tramonta seriamente” ogni giorno di più, sulle perfette intuizioni spengleriane dei primi del ’900 (accettata addirittura ormai da sinistra), i naturali interpreti del pensiero della crisi (la destra radicale) sono alla continua ricerca di improbabili ed impossibili soluzioni di ritorni all’età dell’oro, magari con l’illusione che la perfetta alchimia tra l’estremismo pre-politico, il trasformismo post-ideologico e le derive nazional-populiste generino l’avvento di una nuova meravigliosa “ Thule Iperborea”.

In pochi si rendono invece conto di “ … come sia difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”.

Anche perché se non si accetta seriamente il tema della sfida post-moderna in tutta la sua complessità e con tutte le sue  conseguenze, significa  aver definitivamente perso non una battaglia  ma l'intera guerra.
postato da: controventopg alle ore 13:38 | link | commenti
categorie: opinioni

PALESTINA LIBERA!



Da sessanta anni il popolo palestinese è assediato e vilipeso nella più completa assenza di giustizia.
postato da: controventopg alle ore 13:32 | link | commenti
categorie: opinioni, terre e popoli
mercoledì, 14 maggio 2008

Torino: Volantini sulla Fiera del Libro 2008.

 
postato da: controventopg alle ore 12:53 | link | commenti (1)
categorie: opinioni, iniziative, terre e popoli
lunedì, 12 maggio 2008

10 MAGGIO 2008: II CIRCOSCRIZIONE, VIA G. B. VICO, PERUGIA



ASSOCIAZIONE CULTURALE TYR




PRESENTA



COMUNITA’ SOLIDARISTA POPOLI



IDENTITA´ TRADIZIONE SOLIDARIETA´


La sala è gremita nel momento in cui i volontari di Popoli prendono la parola e cominciano a raccontarci la loro esperienza. Come molti già sanno, l´Associazione Solidarista al centro dell´evento è da anni impegnata in Birmania, per sostenere eticamente e materialmente la popolazione Karen, una delle vari etnie "esiliate" dal governo di Rangoon e costrette da decenni a rifugiarsi nelle foreste settentrionali al confine con la vicina Thailandia. La storia tragica di questa popolazione comincia molti anni fa, precisamente nel 1946 quando l´Inghilterra abbandona quelle terre e le lascia in mano ad una autorità locale, che ben presto entrerà nell´orbita dell´URSS. La cosiddetta via birmana al Socialismo, tuttavia, durerà fino all´inizio degli anni Ottanta, per poi spegnersi sotto la sempre più evidente ingerenza di una giunta militare, sostenuta e finanziata da potenti lobby occidentali. Quando oggi si parla in televisione della situazione birmana, molti giornalisti politicamente corretti, sono soliti etichettare erroneamente quella dittatura terrorista con il termine "comunista", ben sapendo di mentire. Nessuna ideologia tradizionale, tanto meno di tipo socialista o nazionalista che sia, contraddistingue questo governo sanguinario e vile: assistiamo da molto, moltissimo tempo oramai, allo stretto rapporto che lega quelle terre martoriate e le sue istituzioni politiche a tutta una serie di affaristi e multinazionali americane, che direttamente o indirettamente, intessono rapporti commerciali con la giunta di Rangoon, tra cui la Scevron di Condoleeza Rice e l´israeliana Elbyts System, loro fornitrice ufficiale di armi attraverso Singapore. Sono addirittura membri dell´intelligence australiana a organizzare a Rangoon una serie di corsi di formazione per strategie militari nel controllo e nella repressione di sommosse. La stessa Italia, attraverso Oviesse, è molto attiva sul mercato birmano, così come la Germania con Wolkswagen e il Giappone con Toyota. Appare chiaro che, in un quadro di questa entità, è la finanza mondiale (con le sue logiche del libero mercato) ad avere interesse a sostenere la giunta militare. Come sempre, ci troviamo dinnanzi ad un fenomeno che recentemente e solo per qualche periodo, la stampa ha teso a sottolineare, per poi farlo rientrare mestamente senza che se ne sapesse più nulla.

Mentre il governo si arricchisce grazie ai suoi ottimi rapporti con le lobby economiche planetarie, grazie al narcotraffico e grazie al supporto militare di Israele, il popolo Karen prosegue nella sua difficile vita sulle montagne e nei numerosi villaggi che costellano i loro luoghi e che compongono il loro Stato, al di fuori della piccola capitale Pa-An. Religiosamente dediti al buddhismo, ma con minoranze cristiane e taiping, restano fedeli alla tradizione etnica che li contraddistingue da migliaia di anni, impostando la loro società su un modello comunitarista che non concepisce né edonismo né nullafacenza. Il loro impegno è non solo identitario in difesa e preservazione della propria specificità culturale, ma anche e di conseguenza sociale nello sviluppo delle attività lavorative e nella lotta al mercato e all´uso della droga (la sola Birmania ha prodotto nell´ultimo anno 500 milioni di anfetamine varie che vengono poi vendute al narcotraffico internazionale, dai cui proventi la giunta militare ricava numerosissimo denaro). La solidarietà e la dignità che contraddistinguono questo Popolo superano tutti i possibili migliori auspici e lo pongono quasi in una dimensione senza tempo, in cui solo la Tradizione (quella con la "T" maiuscola) conta veramente qualcosa. Negli ultimi tempi, gli Stati Uniti, attraverso le autorità competenti, hanno proposto ai Karen di emigrare in massa verso l´America ed abbandonare quelle terre rischiose. Dietro ad un apparente umanitarismo, si cela però il disegno mondialista e apolide delle lobby dell´alta finanza, che mettrebbero questi giovani nelle condizioni di cominciare una nuova vita in un luogo completamente alieno rispetto alla loro sensibilità e al loro modus vivendi, che ben presto finirebbe i suoi giorni in metodi di sfruttamento o in suicidi di massa, come già avvenuto per i nativi americani, con il perfido obiettivo di svuotare e liberare quei territori da ogni etnia e rafforzare il regime filoccidentale della Birmania.

Popoli opera nei territori Karen dal 2001, in virtù di rapporti di amicizia risalenti ad un reportage di tipo giornalistico negli anni Novanta, e sostiene la locale popolazione. I numeri sono dei dati di fatto incontrovertibili e ci dicono che: ben tre cliniche sono state aperte e messe a disposizione della locale popolazione che hanno permesso di diminuire dell´85% il tasso di mortalità della popolazione (principalmente colpita da disturbi gastrici e respiratori, prima molto diffusi in quei posti). Tre scuole all´interno della giungla birmana, al fine di insegnare ai bambini la classica istruzione elementare e superiore, e ai più adulti, le più avanzate tecniche di assistenza sanitaria, medica e paramedica. Trentaquattro operatori sanitari e dieci insegnanti lavorano costantemente per garantire uno sviluppo ed un programma di progressiva autosufficienza sanitaria e scolastica alla popolazione indigena.

Naturalmente, stiamo parlando di conquiste primarie, per ora, frutto di un duro lavoro e di un coraggio non comuni: la guerra in Birmania viene annoverata alla fascia "bassa e bassissima intensità", ma proprio per questo, ogni attacco delle truppe militari alla popolazione diventa imprevedibile e mette a repentaglio la vita di chiunque tenti di superare il confine thailandese-birmano, senza considerare l´alto numero di mine antiuomo impiantate in quelle fittissime giungle. Il breve filmato con cui i volontari di Popoli ci hanno mostrato una sintesi della loro lodevolissima attività, non ha lasciato indifferente nessuno e ha toccato nel profondo, le emozioni di tutti i presenti. Il lavoro svolto da questi autentici eroi, viene alla luce solo nella misura in cui ne constatiamo l´oscuro silenzio all´interno del quale è avvolto. Parliamo di un risicato budget (30,000 euro l´anno), ottenuto qua e là, attraverso sottoscrizioni di militanti o simpatizzanti, cene o incontri e dibattiti, o anche concerti. Nulla se paragonato ai milioni di cui godono Onlus come Emergency, ma ben di più e di meglio pensando anche alla diversa impostazione che muove i nostri, a partire da una chiara natura antimondialista ed identitaria, da cui nessun iscritto, al di là delle simpatie partitiche, può minimamente prescindere e che li mette nelle condizioni di operare senza retribuzione (se non i piccoli rimborsi viaggio poi prontamente ridonati all´associazione medesima), e senza alcuno scopo di ingerenza o imposizione culturale, ma anzi con la precisa finalità di aiutare e supportare il popolo Karen ed il suo esercito nella lotta per il mantenimento della propria specificità etnica e sociale. Chiunque può sostenerli, contattandoli, attraverso il loro sito internet. Non fanno comodo. Sono scomodi. A noi piacciono per questo.


Il loro Esempio, vale più di mille parole.
SOSTENIAMOLI.
postato da: controventopg alle ore 22:36 | link | commenti
categorie: iniziative, in cittĂ , terre e popoli

Perché Orion OnLine?



Se state leggendo ques
te righe, molto probabilmente è perché conoscevate questo url; ma qualcuno fra voi ci sarà arrivato per caso, magari di link in link, come in un gioco di scatole cinesi o per quelle casualità che durante la passeggiata in un bosco fanno prendere sentieri interrotti per sbucare in radure da fiaba o sul ciglio di orridi inattesi.
La Rete è anche questo: che la si voglia immaginare come un oceano da navigare alla scoperta o forse in cerca di isole Fortunate o Non-Trovate; o piuttosto come un bosco in cui perdersi sognando o in cui trovare rifugio come ribelli — nella Rete si trova quasi sempre quel che si cerca, e più spesso di quanto non si creda ci s’imbatte in ciò che non si cercava affatto, nel bene e nel male (se queste parole hanno un senso).

Se siete approdati qui, dunque, siete di fronte alla forma virtuale di una rivista mensile uscita su carta per 23 anni consecutivi: nato nel 1984 come pubblicazione delle Edizioni Barbarossa (oggi Società Editrice Barbarossa), “Orion” si è sempre proposto come periodico di informazione, cultura e politica avulso da schieramenti partitici o confessionali, ma al contrario aperto a una trasversalità che ha conosciuto tempi migliori — perché non ammetterlo? È anche per questo motivo, infatti, che si è deciso di traghettare “Orion” dalla dimensione a stampa, divenuta ormai di difficile anzi impossibile gestione, a quella digitale, incontestabilmente più flessibile e soprattutto fruibile.
Il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e quello delle Twin Towers nel 2001 hanno assestato poderose spallate all’edificio ideologico eretto a partire dalla Rivoluzione Francese del 1789; la crescente secolarizzazione della società, insieme alla caduta verticale di punti di riferimento e valori (religiosi o laici, poco importa), hanno reso di vitale importanza il dotarsi di strumenti per comprendere la realtà in cui ci muoviamo, e che gli equilibri planetari sempre più instabili modificano senza posa vanificando le categorie interpretative messe a punto all’indomani del 1945.

In tutti questi anni, “Orion” ha cercato di fornire quegli strumenti: lo diciamo assumendoci la piena responsabilità di quello che è stato fatto, e non vantandoci di chissà quale impresa. Forse ci siamo riusciti, forse no: ma continueremo su questa strada, per quanto ci è possibile, perché non sappiamo fare altro e perché sappiamo, invece, che quello che conta è l’azione, e non il risultato.
A voi che siete qui e a quelli che verranno, il nostro benvenuto.

Noi di “Orion"
www.oriononline.info

postato da: controventopg alle ore 12:05 | link | commenti
categorie: la libreria
martedì, 06 maggio 2008

IDENTITA' - TRADIZIONE - SOLIDARIETA'




10 maggio, "Popoli" a Perugia.


Sabato 10 Maggio alle ore 17.30 in via G.B. Vico - sala della circoscrizione - a Perugia presentazione della Comunità Solidarista POPOLI e conferenza/dibattito sulla situazione in Birmania e del popolo Karen che da sessanta anni, senza scendere a compromessi, lotta per la propria autodeterminazione. A seguire cena benefit pro "POPOLI".
LA TUA PRESENZA AIUTA LA LORO LOTTA!


COS'E' COMUNITA’ SOLIDARISTA POPOLI?

La "Comunità Solidarista Popoli" è costituita da un gruppo di persone che, per desiderio e sentimento comuni, ha voluto creare una associazione di aiuto umanitario che indirizzi principalmente la propria azione a favore di popoli od etnie, che, in lotta per il mantenimento della propria identità, vivano in condizioni di particolare disagio. E' scopo dell'associazione portare aiuti concreti a soggetti che si trovino in difficoltà a causa di guerre, calamità naturali od epidemie, con l'intenzione di operare autonomamente, al di fuori di qualsiasi condizionamento da parte di governi ed organizzazioni politiche. La Comunità provvede infatti alla designazione degli obiettivi su cui concentrare i propri sforzi, con l'impegno altresì di informare gli aderenti, i sostenitori e l’opinione pubblica circa i particolari degli interventi proposti. Il raggiungimento degli obiettivi passa attraverso il lancio di progetti umanitari (emergenze, lotta alla povertà) e di sviluppo (costruzione di ospedali, dispensari, scuole, centri di formazione professionale) che contribuiscano al miglioramento delle prospettive di vita delle stesse popolazioni che si trovano in situazioni di difficoltà. La copertura finanziaria di tali progetti avviene attraverso auto finanziamento degli associati attuali e futuri, e tramite raccolte di fondi, da effettuarsi con l'organizzazione di manifestazioni di beneficenza, agendo quando possibile in sinergia con altre organizzazioni umanitarie regolarmente costituite che si trovino ad operare parallelamente agli obiettivi scelti dalla nostra Comunità.

CHI E’ IL POPOLO KAREN?

I Karen, una delle principali etnie che compongono il mosaico birmano (circa sei milioni su una popolazione di 44 milioni di abitanti), lottano dal 1949 contro il governo centrale di Rangoon per ottenere l'indipendenza e preservare la loro identità. Originari delle steppe della Mongolia e degli altipiani del Tibet, i Karen arrivano nei territori che oggi costituiscono la Birmania dopo una lunga migrazione durata duemila anni. Nella loro discesa a sud scoprono i grandi fiumi Irrawaddy e Salween che si insinuano attraverso gli ultimi contrafforti della catena himalayana. Primi abitanti delle vaste pianure situate all'estuario di questi fiumi, vi si insediano nel 730 Avanti Cristo vivendo in pace per due secoli, fino all'arrivo dei Birmani che invadono le terre dei Karen costringendoli a rifugiarsi sulle montagne al confine con il Siam (l'odierna Thailandia). Inizia lo scontro tra i due popoli. Le pianure conquistate dai Birmani sono fertili, le montagne dei Karen non offrono molte risorse. La frattura si fa via via più profonda nei secoli a seguire. Durante il periodo coloniale britannico avviene la cristianizzazione di una parte della popolazione Karen per opera di missionari battisti. L'eredità dell'evangelizzazione si evidenzia in un 30% di Karen tutt'ora fedeli al Cristianesimo. Quando nel 1947 l'Inghilterra lascia la Birmania, il primo responsabile politico del nuovo paese, il Generale Aung San, propone una costituzione che prevede entro i dieci anni successivi il diritto di ogni gruppo etnico a separarsi dall'Unione e di ottenere piena indipendenza. Il disegno non viene realizzato, perché Aung San viene assassinato durante un colpo di stato che porta al governo una giunta militare che ben presto provoca la reazione armata dei Karen e delle altre etnie. Da allora, i popoli delle montagne hanno combattuto senza sosta per l'indipendenza. I Karen hanno condotto la loro lotta rinunciando per ragioni etiche ai facili guadagni derivanti dal traffico di droga, a cui si oppongono con esemplare rigore.

Associazione Culturale Tyr - Perugia

Per informazioni:
controventopg@libero.it

http://www.controventopg.splinder.com
http://www.comunitapopoli.org
postato da: controventopg alle ore 12:30 | link | commenti (2)
categorie: iniziative, in cittĂ , terre e popoli

Socializzazione.

La storia dimentica quello che non vale la pena ricordare. Se qualcosa del passato, nonostante tutto, continua ad essere oggetto di disputa (storica e politica...) è perché contiene valore: se non valesse nulla, nessuno si accanirebbe a negarlo (quel valore...) e nessuno, a parte gli scemi, perderebbe un attimo del suo tempo ad affermarlo... Nonostante tutto e il contrario di tutto, il fascismo agita ancora parecchie passioni, anche se non sempre per le ragioni fondamentali della sua storia vera e, soprattutto, della sua vera eredità... E l’eredità del fascismo - io credo - è scritta nel suo testamento... Si può rifiutare un’eredità in toto: perché, no? Nessuno deve essere costretto ad accettare un’eredità che non vuole... Ma se, putacaso, la rivendica... oh! allora, non si scappa: quel qualcuno deve osservare le prescrizioni della volontà testamentaria. E la prescrizione ereditaria del fascismo ha un nome solo e preciso: socializzazione...

Partiamo da un dato di fatto: la socializzazione non è una teoria, non è un dogma, non è un atto di fede... La socializzazione è una praxis. Una prassi, in quanto tale, richiede la continua messa a punto delle tecniche e delle modalità d’applicazione. Per quanto affezionati al modello che la storia del fascismo ci ha lasciato in eredità, se volessimo applicarlo (quel modello...) in maniera pedissequa, alla lettera, difficilmente lo renderemmo utilizzabile oggi: fra una società (per di più in guerra: e che guerra...) in cui le imprese industriali, agrarie e commerciali erano ancora di proprietà del capitalismo (chiamiamolo...) familiare e la società del turbocapitalismo finanziario che ha nelle organizzazioni trans e super nazionali (Fmi, Bm, etc...) e nelle banche private i veri centri di proprietà (delle imprese...), non vi sono punti di sutura talmente efficaci da rendere trasferibile, sic et simpliciter, il modello originario al nostro dato tempo... Ma quell’eredità (del fascismo, intendo...) non è una reliquia: non deve essere custodita e venerata, bensì convertita in valore di spesa corrente...

Per quanto occorre stabilire, abbrevierò la definizione di socializzazione a quel che segue:

socializzazione = divisione delle responsabilità dell’impresa (a), dei suoi utili (b) e reinvestimento produttivo e sociale del super profitto che eventualmente ne deriva (c)...

Procediamo a ritroso e partiamo dal terzo postulato (c): reinvestimento produttivo e sociale del super-profitto. Ora, in un contesto come il nostro che si fonda proprio sulla logica del super-profitto, per di più a qualunque costo, chiedere (o imporre, ammesso che lo si possa...) ai nuovi proprietari delle imprese (l’aristocrazia finanziaria di cui si diceva sopra: banche etc..) di rinunciare alla loro logica, può voler dire scatenarli nell’esercizio che gli riesce meglio: affamare stato e popolo (l’ancòra recente caso Argentina insegna...). Si può pretendere tanto? No, per il momento, non si può. Come diceva Benito Mussolini: “La natura non procede a salti... e nemmeno l’economia...”. Pretendere, in maniera estremista, tutto e subito è la chiosa di rivoluzionari destinati a rimanere per sempre allo stato infantile (così diceva, più o meno, Lenin e, infatti, il più grande reazionario di tutti i tempi, Stalin, che gli succedette, non avanzò di un millimetro sulla via del “tutto il potere ai soviet”, cioè ai consigli autonomi di impresa, anzi: retrocesse, e di molto, dalle premesse e promesse iniziali...). Il rivoluzionario adulto, invece, procede per gradi. E secondo i gradi del possibile...

Sul postulato (b): divisione degli utili, il discorso diventa possibilista. Ma, prima di inoltraci nel dettaglio, sarà bene esporre un breve excursus sulla figura dell'operaio.

L’operaio (cioè: il prestatore d’opera variamente inteso...) è stato educato e indotto (da oltre sessant’anni di proliferante persuasione liberal-socialista, yes...) a difendere due cose: il posto di lavoro fisso e il salario... Il turbocapitalismo (nell’ultimo decennio o giù di lì...) ha quasi dissuaso il prestatore dopera dal pretendere l’inalienabilità del “posto fisso”: il lavoro interinale ha ormai una voce in capitolo di bilancio (nel mercato delle imprese...) al meno pari, se non superiore, a quello del lavoro a tempo indeterminato... I sindacati istituzionali mediano quel che possono (poco e male...) ma, alla lunga (non troppo...), si arriverà alla completa (o quasi...) mobilità della forza lavoro. In media analisi, il messaggio, appena sottinteso dal turbocapitalismo, è questo: un posto di lavoro vale un altro, l’importante è il salario (cioè il reddito sicuro: sicuro almeno finché il contratto precariale lo garantisce...). Un rivoluzionario italiano, tal Mazzini Giuseppe, propagandava, invece, esattamente il contrario: rinunciare alla sicurezza del salario e pretendere, piuttosto, la piena proprietà e responsabilità (dell’operaio...) della e nell’impresa in cui è occupato. Occorrerebbe, per tanto, creare delle isole, dei modelli che incrinino la tendenza imperante: “niente-stabilità-del-posto-di-lavoro = massima sicurezza del salario”, in quest’altra formula, rivoluzionaria ed appropriata:

abolizione-del-salario (almeno di quello in progressione per scala mobile, contingenza etc, lasciando eventualmente un margine al reddito minimo garantito...) = piena proprietà dell’impresa e divisione degli utili.

Quello che va disintegrato, insomma, è il regime salariale che rende l’individuo schiavo del mercato del lavoro e non artefice della fortuna (o della sfortuna...) della SUA (nel senso di proprietà partecipe...) impresa di lavoro... E se non a tanto sia possibile giungere nell'immediato o nel prossimo futuro esiste, pur tuttavia, una mediazione già tangibilmente sperimentata in Francia ed UK, non a caso additate ad esempio dalla risoluzione del Parlamento europeo del 15.1.1998 proprio a proposito de “La promozione della partecipazione dei lavoratori subordinati ai profitti e ai risultati dell'impresa (compresa la partecipazione al capitale)”, e che ne sollecita l'imitazione da parte dei paesi membri inadempienti: Italia in primis. Insomma, un margine utile d’intervento c’è...

E veniamo ora al punto (a) della definizione sopra data di socializzazione: responsabilità dell’impresa.

Essere proprietari di un’impresa, significa assumersi la responsabilità della sua gestione... Che, oggi, e ieri dalla rivoluzione industriale, questa (la responsabilità di gestione dell’impresa...) sia privilegio (e onere...) assoluto del fornitore di capitale, è un avvento storico che ha sottomesso la forza-lavoro all’arbitrio di chi possiede la moneta (i soliti noti...). Situazione, questa, neanche più mediabile dallo stato, avendo (esso: lo stato...) rinunciato, secondo dettame liberista, a qualsiasi ipotesi di intervento nell’economia, se non per cedergli porzioni utili di intraprese pubbliche... Né più (mediabile, né meno...), dallo spauracchio della lotta di classe, diventata, oramai, una icona romantica assolutamente disinnescata dagli attuali assetti del potere politico-economico... Riesumarla (la lotta di classe...) non servirebbe a nulla (e neanche mi interessa...). Occorre perseguire altre vie... Per esempio, il giorno in cui: “saremo tutti operai, cioè vivremo tutti sulla retribuzione dell’opera nostra in qualunque direzione si eserciti”, come predicava Mazzini, il vizio marxista della contrapposizione di classe sarebbe un insulto alla logica... Così come pure la pretesa del capitale di essere l’unico giostraio dell’impresa... E, proprio come affermava Mazzini: dal momento in cui tutti fossimo responsabili dell’impresa economica, dal momento in cui, cioè, tutti fossimo operai, statene certi la preveggenza di Corridoni si avvererebbe e: “la questione sociale sarebbe definitivamente risolta...”. Potrei, per aggiunta, chiosare sul concetto di “operaio” - definito da Ernst Jünger - “padrone della tecnica” e, quindi, del “destino” di questo dato mondo: ma finiremmo lontani da ciò che qui importa stabilire e, quindi, glisso dal verticale (e vertiginoso...) metafisico per restare nel campo orizzontale della società. E, in questo campo, il possibile da farsi è abbastanza ampio e largamente plausibile, fin anche all’interno dell’attuale legislazione costituzionale, figuratevi un po’... L’articolo 46 della Costituzione della Repubblica italiana, infatti, recita:

“Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.”

Si dirà, allora: quali farfalle andiamo cercando sotto l’arco di Tito? Siamo già nell’era delle condivisione delle responsabilità (dell’azienda, dell’impresa...). Attenzione: leggete bene... L’articolo costituzionale afferma che: “il diritto dei lavoratori a collaborare (...) alla gestione delle aziende è riconosciuto (...) nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi”. Bene, anzi malissimo: si dà il caso che quelle leggi che dovrebbero stabilire “i modi e i limiti della gestione delle aziende” da parte dei lavoratori, non siano mai state promulgate. Proprio così: Una norma della Costituzione italiana è, allo stato d’oggi (dopo sessanta e più anni...), completamente inevasa per mancanza di un’adeguata legislazione applicativa... E, guarda caso, è una norma che fa la rima a baciare con alcuni concetti fondamentali del Manifesto di Verona e della Costituzione della Repubblica sociale italiana in tema di socializzazione.

Io, che non sono un esegeta della Costituzione della Repubblica italiana, non so come questo art. 46 ci sia capitato dentro. Però, c’è capitato... E, siccome c’è capitato, sarebbe il caso di chiederne l’attuazione... Sarebbe necessario, in altre parole, intraprendere l’iniziativa per una proposta di legge popolare che pretenda - sì, pretenda, porco giuda - la promulgazione di leggi idonee a renderlo operativo...

Il che, poi, non richiede nemmeno un grande sforzo di immaginazione giurisdicente: si tratterebbe solo di estendere ai lavoratori di qualsiasi impresa produttiva quanto ad oggi è previsto dall'articolo 1 della legge Legge 27 marzo 2001, n. 141 per il socio lavoratore delle cooperative e che così, nel passaggio saliente, recita:

(...)
I soci lavoratori di cooperativa:
a) concorrono alla gestione dell'impresa partecipando alla formazione degli organi sociali e alla definizione della struttura di direzione e conduzione dell'impresa;
b) partecipano alla elaborazione di programmi di sviluppo e alle decisioni concernenti le scelte strategiche, nonché alla realizzazione dei processi produttivi dell'azienda;
c) contribuiscono alla formazione del capitale sociale e partecipano al rischio d'impresa, ai risultati economici ed alle decisioni sulla loro destinazione;
d) mettono a disposizione le proprie capacità professionali anche in relazione al tipo e allo stato dell'attività svolta, nonché alla quantità delle prestazioni di lavoro disponibili per la cooperativa stessa.


È troppo? Bene: che lo vengano a dire ai cinquantamila firmatari della proposta di legge di applicazione che è auspicabile presentare al più presto. E spieghino, anche, la reiterata disattesa delle aspettative della “Carta sociale europea” che da Strasburgo, il 3 maggio 1996, nominalmente ratificata e, sempre nominalmente, messa in vigore con legge italica 9.2.1999, n. 30, al fine di “favorire il progresso economico sociale” dei paesi membri del “Consiglio d'Europa” detta:

art. 21. I lavoratori hanno diritto all'informazione ed alla consultazione in seno all'impresa.

art. 22. I lavoratori hanno diritto di partecipare alla determinazione ed al miglioramento delle condizioni di lavoro e dell'ambiente di lavoro nell'impresa.

E non ci vengano a prendere per i fondelli con la pretesa che questi ultimi due postulati sono di fatto operativi nella pratica delle rappresentanze sindacali. I sindacalisti non sono né previsti né invitati nelle sale effettivamente operative delle imprese aziendali: i consigli di amministrazione, i consigli di gestione e i consigli di sorveglianza. Ed è esattamente qui, in questi consigli, dove si decidono le sorti dell'impresa, che il lavoratore deve affermare il suo diritto alla partecipazione.

Articolo di Miro Renzaglia
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categorie: opinioni
sabato, 03 maggio 2008

05.05.1981 - 05.05.2008: Bobby Sands.

Era il cinque maggio del 1981, quando, tra le tristi mura di una prigione, si spengeva la vita di Bobby Sands, nell’imminenza del sessantottesimo giorno di sciopero della fame, indetto da lui e dai suoi militanti, in segno di protesta contro le disumane condizioni di detenzione carceraria cui erano costretti. In quei tristi giorni, che videro in sequenza le successive morti di tutti gli altri suoi camerati dell’Ira-provisionals, l’ala autonoma dell’Ira, ormai spezzata dall’interno e divisa tra loro e gli officials (la dirigenza del movimento indipendentista), il pianeta intero si fermò commosso, quasi a ricordarsi di quel giovane, in un secondo di riflessione, tra una frenesia e l’altra di quella che si apprestava a delinearsi come la decade più disimpegnata e cinica degli ultimi decenni della nostra storia. Come se millenni di tradizione e secoli di lotta, di reazione ai soprusi e al torbido colonialismo monarchico, fossero stati dimenticati da tutti: ‘ragazzacci eversivi che non avevano nulla da fare, quegli irlandesi…’ possiamo immaginare i frasari e i giudizi dei commentatori liberal e radical di ogni luogo. Il cittadino/consumatore medio, suddito in una plutocrazia usurocrate occidentale, liberalborghese, che si rispetti, non può non esprimere il suo giudizio libero nella parvenza, ma nella realtà inculcato quasi invisibilmente dalle armi del padrone: armi infallibili e impietose come i mass media, l’educazione mediatica e la pubblicità. Nato e creciuto tra i presidi militari, in una terra, storicamente occupata dalle truppe britanniche, e colonizzata sin dai primi vagiti dell’anno mille, Bobby era un ragazzo, semplice, amico di tutti e molto gioviale. Lo stato di cose, l’arroganza degli orange (dei filo britannici), la vile prepotenza dei militari, le disposizioni speciali, le risse e gli atti di intolleranza etnica e religiosa, lo portarono col tempo a capire che non poteva esistere un’Irlanda così, non poteva esistere una terra, nata libera, ma resa schiava, in cui diventava pericoloso anche uscire di casa. Non era giusto: non stiamo qui a disquisire o a prendere difese del cattolicesimo, che, in ultima istanza è probabilmente e paradossalmente il primo vero responsabile del disastro e della frammentazione dell’Europa, sempre più indebolita, sin dal medioevo, da contrasti nazionali e regionali, creati più o meno spontaneamente dalla chiesa. Quello che sappiamo è che Bobby e la sua famiglia erano irlandesi e cattolici, come molti altri irlandesi del nord, e che solo per questo, non erano visti di buon occhio. Ciò che si nascondeva dietro un velo di religiosità, era in realtà un sentimento che andava a finire nell’aspetto politico, e che si trascinava a sè ruggini ed odio feroce da almeno sei secoli: l’indipendenza dell’Irlanda, quale nazione autonomamente determinata, forte di etnia (celtico-gaelica) e lingua (gaelica) sue legittime, era stata ottenuta con il sangue, solo parzialmente. L’arroganza della corona britannica, tradizionalmente sanguinaria e assassina, non aveva fine, e fino all’ultimo si protraeva in una situazione che aveva del grottesco. Tutt’ora le sei contee dell’Ulster che compongono la cosiddetta Irlanda del Nord, sono sotto scacco britannico. La patria Irlandese, la Frontiera Selvaggia (la Wild Frontier, che ci descriveva proprio negli anni ottanta il grandioso chitarrista Gary Moore, attraverso le sue note suggestive), l’isola verde, che tanto ha dato e tanto deve ancora dare in termini di storie, saghe, miti e leggende sempre in qualche maniera intersecati con la realtà, ancora piange e reclama orgogliosa la sua personale libertà. Una libertà mai concessa, e sempre osteggiata, e non solo negli anni duri della repressione tatcheriana, ma anche in quelli più mesti e parimenti dolorosi delle apparenti distensioni laburiste. Il sacrificio indipendentista di Bobby Sands non va dimenticato, e a ventisette anni dalla sua epifania, non può e non deve assolutamente scalfire la sua enorme portata etica: valori come la nazione, la famiglia, la comunità, l’appartenenza, l’identità si vanno via, via spegnendo tra le nuove generazioni, vittime del cancro internazionalista e capitalista, mercificatore di anime e di spiriti che da ribelli diventano schiavi, se non lo erano già. Il ricordo di eroi e martiri come Bobby Sands potrebbero aiutare a riequilibrare le nostre più autentiche percezioni esistenziali, a renderci nuovamente consapevoli di un sentimento antico ma rivolto al futuro, fatto di ragione ed emozione, slancio e gerarchia, fermezza e dinamismo… un pò per non morire, vivendo in ginocchio…

Comunità Militante Perugia – Associazione Culturale Tyr
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categorie: opinioni, terre e popoli
venerdì, 02 maggio 2008

E' in distribuzione "Ciaoeuropa" del 27 aprile 2008 (Anno XVII n. 5).

Sommario:

ALITALIA? Socializziamola di Nando Ventra;
Le due giustizie di Salvatore Macca;
La lotta del sangue contro l’oro di Francesco Fatica;
La vergognosa gestione della cultura in Abruzzo di Agostino Rabuffo;
Martire a Mosul di Nazzareno Mollicone;
Horst Mahler da Comunità militante Perugia;
Sostenere la lotta dei Tibetani da Comunità militante Perugia;
Abrogazione dell’articolo XII delle disposizioni transitorie di Carlo Morganti;
Un popolo di forcaioli di Paolo Signorelli;
Un commento sui risultati elettorali di Fabio Calabrese;
Tibet, il grido di un popolo di Lodovico Ellena;
"Gemelle" le due Spagne di Franco Damiani;
Ancora con questo 25 aprile di Pietro Cappellari;
Letture per riflessioni spicciole di Giancarlo Chetoni;
Intervista a Carlo Gariglio di Antonella Ricciardi;
Aldilà delle chiacchiere postludiche di Oscar Aldo Marino;
Frau Merkel "parla tedesco" ma "argomenta in giudaico" di Antonino Amato;
Il "Fascismo"? E’ una "variabile dipendente" di Antonino Amato;
Se anche lo "studioso ebreo" si fa "antisemita" di Antonino Amato;
Arlecchino, servo di due padroni di Antonino Amato;
A Roma la perfidia regna sovrana di Antonino Amato;
Rubriche varie.


L’abbonamento costa 20 Euro, si possono sottoscrivere 5 abbonamenti x 70 Euro, 10 abbonamenti x 130 Euro. Inviare a: conto corrente postale: 10658920 intestato a: Ciaoeuropa, casella postale 82, 92100 Agrigento, Italia.

Si offrono riquadri pubblicitari: x una quantità annua di 6.500 copie Euro 120 (100 + 20 x IVA). Per spazi maggiori sconti adeguati.

Si cercano collaboratori diffusori del periodico "Ciaoeuropa". Darsi presenti a amatoantonino@alice.it

Scrivere a controventopg@libero.it per riceverlo nella zona di Perugia.
postato da: controventopg alle ore 17:38 | link | commenti
categorie: libertĂ  per luigi, la libreria

Amarcord.

Alzo Zero - Anno III - Marzo 2005





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categorie: opinioni, la libreria