A fronte delle numerose richieste da parte di utenti e pazienti sull'effettiva gravità di questa influenza, riporto in sintesi alcune mie considerazioni che ritengo opportuno ognuno debba valutare prima di decidere come comportarsi sul vaccinarsi (o spaventarsi) o meno.
Ricordo inoltre che le principali cause di malattia, secondo la visione omeopatica (e non solo), sono i disturbi che coinvolgono l’aspetto psicologico, affettivo ed emotivo della persona quindi, tra questi, possiamo certamente annoverare anche la paura.
1) Il virus A/H1N1 (o virus dell’influenza “suina”), pur avendo un elevato grado di contagiosità, si è dimostrato essere meno aggressivo della comune influenza stagionale. Si manifesta come qualsiasi forma influenzale con febbre, mal di testa, dolori muscolari, nausea, diarrea e tosse e le persone non immunocompromesse, nei Paesi occidentali, guariscono praticamente tutte, in pochi giorni e senza ricorrere ad alcuna cura specifica.
2) Secondo i dati forniti dall’EMEA (l’Agenzia Europea dei Medicinali) almeno 2 dei 3 vaccini che saranno disponibili in Europa conterranno adiuvanti alcuni dei quali potenzialmente molto pericolosi come ilTiomersale (composto a base di mercurio la cui neurotossicità è ormai nota), la formaldeide (sostanza dichiarata cancerogena certa per la specie umana) e lo squalene (fortemente sospettato, secondo alcuni ricercatori, di provocare la “Sindrome del Golfo” e tutta una serie di altre malattie debilitanti). Gli adiuvanti contenente squalene sono stati usati solo su persone anziane, mai su bambini e l’FDA americana non ha mai autorizzato lo squalene come adiuvante nei vaccini.
3) Nonostante il gran clamore, i vaccini contro il nuovo virus A/H1N1 sono stati pochissimo sperimentati e nessuno è in grado di sapere con certezza, se e quanto saranno efficaci e sicuri. Non abbiamo alcuna esperienza clinica con questo vaccino, nessun dato certo sulla sua sicurezza in donne in gravidanza e bambini. Basta inoltre che il virus muti (cosa che sta già accadendo) per rendere inefficace il vaccino già messo a punto. Sul piano teorico, sono proprio le vaccinazioni di massa e l’abuso di farmaci antivirali che potrebbero indurre il virus a mutare in una forma più aggressiva e non responsiva alle terapie.
4) Nel 1976 negli USA fu prodotto un vaccino simile, sempre contro l’influenza suina, che provocò molte reazioni avverse gravi (tra cui la sindrome di Guillan-Barrè, una malattia neurologica), per cui la campagna di vaccinazione fu subito sospesa. I ricercatori non hanno ancora capito come mai i vaccini anti-influenza suina del 1976 paralizzarono così tante persone e ciò significa che, attualmente, non si ha nessuna certezza sul fatto che questo nuovo vaccino non possa causare gli stessi gravi effetti collaterali avvenuti nel ’76.
5) Per curare l'influenza A occorrono semplicemente riposo, una buona idratazione, un’alimentazione adeguata e un’igiene corretta. Non esiste alcun trattamento farmacologico preventivo: i farmaci antivirali, Oseltamivir (Tamiflu) e Zanamivir (Relenza), non prevengono la malattia e su individui già ammalati l'azione dimostrata di questi farmaci è di poter accorciare di mezza giornata, o poco più, la durata dei sintomi dell'influenza. In compenso non sono scevri da effetti collaterali anche molto seri quali disturbi neurologici, psicologici e disturbi gastroenterici importanti.
Il costo di tali farmaci inoltre non è neanche così basso: una confezione di uno di essi, in Italia, può arrivare a costare circa 37 euro.
6) Ci sono sempre più sospetti che questo virus sia una conseguenza diretta del trattamento assolutamente sconsiderato operato dall’uomo verso i maiali nei grandi allevamenti intensivi dove tali animali vivono stressati, rinchiusi per tutta la vita in spazi estremamente ristretti e dove l’unico loro passatempo rimane quello di mordersi la coda a vicenda (che per questo gli viene tagliata assieme ai denti e alle orecchie). I maiali, in simili condizioni anti-igieniche e di degrado totale, si ammalano e a volte muoiono, di P.S.S. (Porcine Stress Syndrome) tant'è che gli vengono somministrati molti farmaci tra cui anche gli psicofarmaci. E tutto questo senza neanche aver citato le iniezioni di ormoni per accelerare la crescita delle carni, l’assunzione di antibiotici per le frequenti infezioni, i pesticidi ecc. ecc.
Molte di queste aziende di suini (come quella messicana da cui sembra essere iniziato tutto) poi, scaricano i liquami e i vari rifiuti chimici e organici nel territorio circostante, inquinando le falde e quindi l’acqua potabile dei paesi adiacenti. In un simile agghiacciante scenario di precarissime condizioni igienico-sanitarie, non sarebbe assolutamente insolito il formarsi di nuovi virus e batteri che possano mutare e trasmettersi con il tempo dagli animali all’uomo.
E allora sorge spontanea una domanda: è il maiale ad aver infettato l'uomo o l'uomo che ha infettato il maiale?
Dott. Tancredi Ascani, www.omeosan.it
Articolo uscito su Free Press il 21 Novembre 2009
Molti considerano Yukio Mishima un fine letterato, un artista geniale che ha saputo elevare la trasgressione a valore di vita, costoro soffermano la propria attenzione solamente sulla sua vasta produzione letteraria e su alcuni aspetti secondari della sua vita personale. Questa visione riduttiva, in realtà, nuoce alla figura del pensatore giapponese, perché è giusto annoverare Yukio Mishima tra gli scrittori che in questo secolo hanno saputo interpretare e risvegliare la forza dello Spirito. La sua esperienza, che si trova riflessa nelle sue opere, è un chiaro riferimento ai valori della Tradizione, una scelta di che ha il suo fondamento nelle piccole conquiste quotidiane e nei sacrifici totali. Così da giovane, esasperato per i numerosi complessi fisici e psicologici, è riuscito grazie ad una severa disciplina, a trovare il giusto equilibrio tra corpo e intelletto, reagendo con una eccezionale volontà agli ostacoli che il destino gli ha posto dinanzi. Per questo motivo Mishima rappresenta l’uomo della disciplina e dello stile, un uomo che ha saputo tenere desta la tensione interiore, vivendo la sua scelta guerriera come atto d’amore teso ad un continuo miglioramento e al superamento dell’individualità.
Quest’opera di rinnovamento interiore non è avvenuta a chiacchiere, bensì plasmando la realtà con sacrificio, tenacia e purezza; e per realizzare questo ideale non ha esitato a sacrificare la vita terrena, in cambio dell’eternità. La sua scelta pura e impersonale è ancor oggi esempio e sfida contro ogni sterile ideologismo, dove il gusto aristocratico del “pazzo morire ” si scontra violentemente contro la volgarità di un’esistenza plebea. Schieratosi contro la contaminazione americana della sua patria, Mishima ha sognato il ritorno ad un’epoca eroica, ad un mondo di samurai e kamikaze, tanto da esortare i suoi connazionali a rinverdire lo spirito guerriero e il supremo amore per la Patria. Scriverà in “II pazzo morire” (ed. Sanno-Kai) “la professione del samurai è il mestiere della morte. Non ha importanza quanto sia pacifica l’epoca in cui vive, la morte è la base di ogni sua azione. Nell’istante in cui ha paura ed evita la morte, egli non è più un samurai “.
II 25 Novembre del 1970 Mishima decide di togliersi la vita come un samurai, un guerriero d’altri tempi, lo fa in modo spettacolare lanciando ancora una volta la sua sfida e il suo “scandalo “.
“Alcuni intellettuali lo ricordano come il raffinato scrittore del Giappone postbellico, noi preferiamo ricordare di lui la Tradizione, l’onore, il coraggio che si fece testimonianza di messaggio e sacrificio volontario “.
Tratto da: www.azionetradizionale.com
Furfante fu la mano nera di Thierry Henry che, accompagnando il pallone altrimenti diretto oltre la linea di fondo, ha consentito all’attaccante della nazionale francese di effettuare l’assist per il decisivo gol in chiave qualificazione ai mondiali della squadra d’oltralpe. Ovviamente vibrate in campo, data la prestigiosa posta in palio, le proteste degli avversari, gli irlandesi; furiosi con l’arbitro, reo di non aver visto la palese irregolarità che ha viziato il gol francese, e dunque responsabile del furto perpetrato ai loro danni. Come sempre avviene nello sport, il campo da gioco assume i connotati di uno spettacolare teatro in cui ad esibirsi, sotto forma di gesti atletici, sono i vizi e le virtù di noi umani. Avviene di conseguenza che, a seconda del modo di giudicare gli episodi sportivi, può evincersi una chiave di lettura utile a comprendere una personalità. E’ dalle discordanze nel giudizio di quanto avviene sul campo che emergono le linee di demarcazione tra diverse nature. Su tutte, le più congenite a scontrarsi sono due: quella di chi antepone il successo ad ogni altra cosa, concedendosi anche il più disonorevole mezzo al fine di conquistarlo, e quella di chi è pronto ad offrire se stesso all’ingrata morsa dell’insuccesso pur di far trionfare ciò che di più prezioso possiede, i propri valori. Quest’ultima si chiama dignità ed onore dei vinti. Quell’altra si chiama disonestà. Tanti vincitori le debbono le loro fortune e non ne provano alcun accenno di vergogna. Del resto, una volta posatisi sopra le proprie teste gli allori, diventano anche immuni da ogni obiezione, avendo attirato intorno a sé pletore di zerbini ammaliati dal luccichio magniloquente che accompagna il loro trionfo e pronti a cantarne le gesta, sebbene ingrate. Così stando le cose, la mano nera di Henry non è soltanto l’abusiva parte del corpo che ha permesso furbescamente alla sua squadra di strappare il biglietto per i mondiali che si giocheranno a giugno in Sud Africa, ma è anche lo specchio delle miserie umane, dell’ipocrisia di quanti dei propositi di correttezza sanno solo sciacquarsene le bocche. Ma la mano nera di Henry è ancora altro; essa, nel momento in cui viene colpevolmente considerata invisibile dagli sguardi complici dell’arbitro e dei suoi assistenti, rappresenta la crudele spinta a quella vecchia, pura, romantica maniera di concepire il calcio. Spinta che ne comporta la caduta rovinosa a terra, a beneficio del calcio industria, del profitto a tutti i costi che ha finito per insozzare anche questo antico avamposto di romanticismo che ruotava intorno ad un pallone di cuoio. Profitto che, per definizione, misconosce valori ed identità, ritenendoli ostinate ed obsolete sovrastrutture che ostacolano il suo caotico processo di fagocitazione. L’industria ha il solo obiettivo di vendere un prodotto e, per farlo, deve condirlo nel modo che sia più appetibile al consumatore. Il campionato mondiale è sicuramente il prodotto che maggiormente attira a sé le attenzioni degli appassionati, immenso bacino di pubblicità e fucina di danari. Per esser tale è però necessario, appunto, che non manchi di attrazione. Che la lista delle partecipanti non manchi di tutte le maggiori rappresentative del globo. E, quando si parla di maggiori rappresentative, si fa riferimento non ai meriti sportivi, bensì alla fama e, conseguentemente, alle sponsorizzazioni, alla capacità che esse hanno di rendere proficua la più importante manifestazione calcistica. Ora, non per consumarci dietro a quella che può esser ritenuta l’ennesima ode celebrativa all’isola d’Irlanda, vorremmo fare un’osservazione: il fatto che il torto sia avvenuto ai danni della nazionale irlandese è il motivo per cui esso ha avuto una risonanza mediatica altrimenti impensabile. Le proteste irlandesi non si sono limitate a farsi vibranti sul rettangolo di gioco, ma sono seguite in modo altrettanto veemente anche in altri ambiti. La federcalcio, addirittura il governo irlandesi non hanno lesinato critiche e provocatorie richieste di ripetizione della partita, in nome della sportività tanto decantata, che hanno messo alla berlina l’ipocrisia di FIFA e calcio francese. Il capitano della nazionale gaelica Robbie Keane è andato coraggiosamente oltre, ricercando i motivi dell’accaduto nelle logiche del mondialismo che vedono le multinazionali protagoniste: "L'Adidas sponsorizza il mondiale, la Francia ha come sponsor l'Adidas, quindi era tutto già deciso, dovevano andarci loro in Sudafrica". Questa netta e caparbia presa di posizione da parte irlandese ha permesso che i riflettori mediatici si posassero su quella mano nera, marchiando la presenza francese al mondiale con la spiacevole etichetta che si dà ai ladri. Del resto, lo scontro tra le nazionali calcistiche di Francia ed Irlanda rappresenta proprio il conflitto tra due realtà opposte. L’Irlanda pervicace, composta da tanti onesti portatori d’acqua e da un paio di ottime individualità, trova la propria forza - che le consente di competere con formazioni più attrezzate - nel coraggio, nell’orgoglio e soprattutto in quell’attaccamento ai colori della propria terra che fa sì che la maglia verde e la pelle di chi la indossa diano vita ad una magica commistione. La Francia meticcia, piena di sponsor ma priva d’identità, sbiaditissimo ricordo di quel che fu il suo europeo blasone secolare, è composta da tanti celebrati campioni che hanno riscattato le infanzie da relegati a vivere nelle banlieues appropriandosi del maggior palcoscenico sportivo nazionale; ad unirli, nessuna appartenenza, nessuna magia, ma soltanto le ricchezze concesse loro dal calcio moderno. Lo sport, nel senso più nobile del termine, nel senso olimpico, non può che trovar conforto nel poetico incantesimo dell’Irlanda. La vera vincitrice di Saint Denis. Malgrado una mano nera, la colpevole omissione degli arbitri ed il processo incessante che domani, quando cesseranno le fastidiose proteste irlandesi, avrà già dimenticato tutto, proponendoci un altro capitolo di questa farsa.
Mario Placanica è accusato di aver abusato più di una volta di una ragazzina di 11 anni. La piccola è stata ascoltata ieri. Ieri mattina alle 10 la giovane è stata ascoltata in una struttura protetta dal gip Gabriella Reillo. «Per garantire il miglior ricordo dei fatti, verificatisi circa due anni fa» il pm ha chiesto l’incidente probatorio, ossia l’assunzione anticipata. L’ex carabiniere, a quanto si apprende, non ha partecipato alla deposizione: in sua vece l’avvocato Salvatore Sacco Saragò del foro di Catanzaro.
Placanica avrebbe raccontato i fatti ad altre persone. La polizia di Catanzaro avrebbe ascoltato dopo la denuncia altre quattro persone, le quali sarebbero state messe al corrente dei fatti da Placanica stesso.
GABRIELE SANDRI ASPETTA GIUSTIZIA
Aveva la montagna nel Dna tanto che a soli 14 era sfuggito al padre e aveva scalato da solo, in arrampicata libera, le Cinque Torri a Cortina d'Ampezzo. Lino Lacedelli, nato proprio a Cortina il 4 dicembre 1925, è stato uno dei più grandi scalatori di tutti i tempi. La sua specialità era la roccia, terreno in cui era imbattibile. Proprio per questa sua caratteristica fu scelto nel 1953 da Ardito Desio per la spedizione dell'anno successivo al K2, la seconda montagna della Terra. "Celibe, 29 anni, di Cortina d'Ampezzo. Alto 1.78 m; professione idraulico, guida alpina e maestro di sci" lo descrisse Desio nella sua relazione sulla spedizione in Karakorum. Fu autore di numerose imprese alpinistiche, tracciando vie di arrampicata originali e di elevata difficoltà sulle Dolomiti ed effettuando impegnative ripetizioni sul Monte Bianco. Questo curriculum eccezionale gli valse l'ingresso nel gruppo degli Scoiattoli di Cortina. La celebrità arrivò poi con la spedizione al K2. Lui e Compagnoni formavano una coppia ben assortita: uno forte sul ghiaccio e l'altro sulla roccia. Anche per questo Desio li scelse per l'attacco finale alla vetta. Lacedelli raccontò poi di essere arrivato in cima distrutto dalla stanchezza, spossato, senza più energie. Nell'occasione si procurò numerosi congelamenti alle dita delle mani, che gli causarono l'amputazione di un pollice. La sua carriera alpinistica proseguì con altre imprese anche dopo l'exploit K2. A Cortina aveva aperto un negozio di articoli sportivi - battezzato K2 sport - meta degli appassionati di alpinismo diretti sulle Dolomiti. Anche la casa dove abitava a Cortina era legata all'impresa del 1954: era stata infatti ribattezzata 'Villa K2'. Dal 2005 era anche cittadino onorario di Montebelluna. Negli ultimi anni di carriera si dedicò anche al Soccorso alpino, portando a termine quasi 200 interventi in condizioni di difficoltà estrema.Di Paolo Bernard.
Eccovi i nomi e cognomi del Potere, chi sono, dove stanno, cosa fanno. Così li potrete riconoscere e saprete chi realmente oggi decide come viviamo. Così evitate di dedicare tutto il vostro tempo a contrastare le marionette del Potere, e mi riferisco a Berlusconi, Gelli, Napolitano, D’Alema, i ministri della Repubblica, la Casta e le mafie regionali. Così non avrete più quell’imbarazzo nelle discussioni, quando chi ascolta chiede “Sì, ma chi è il Sistema esattamente?”, e vi toccava di rispondere le vaghezze come “le multinazionali… l’Impero… i politici… ”. Qui ci sono i nomi e i cognomi, quindi, dopo avervi raccontato dove nacque il Potere (‘Ecco come morimmo’, paolobarnard.info), ora l’attualità del Potere. Tuttavia è necessaria una premessa assai breve.
Il Potere è stato eccezionalmente abile in molti aspetti, uno di questi è stato il suo mascheramento. Il Potere doveva rimanere nell’ombra, perché alla luce del sole avrebbe avuto noie infinite da parte dei cittadini più attenti delle moderne democrazie. E così il Potere ci ha rifilato una falsa immagine di se stesso nei panni dei politici, dei governi, e dei loro scherani, così che la nostra attenzione fosse tutta catalizzata su quelli, mentre il vero Potere agiva sostanzialmente indisturbato. Generazioni di cittadini sono infatti cresciuti nella più totale convinzione che il potere stesse nelle auto blu che uscivano dai ministeri, nei parlamenti nazionali, nelle loro ramificazioni regionali, e nei loro affari e malaffari. Purtroppo questa abitudine mentale è così radicata in milioni di persone che il solo dirvi il contrario è accolto da incredulità se non derisione. Ma è la verità, come andrò dimostrando di seguito. Letteralmente, ciò che tutti voi credete sia il potere non è altro che una serie di marionette cui il vero Potere lascia il cortiletto della politica con le relative tortine da spartire, a patto però che eseguano poi gli ordini ricevuti. Quegli ordini sono le vere decisioni importanti su come tutti noi dobbiamo vivere. E’ così da almeno 35 anni. In sostanza il punto è questo: combattere la serie C dei problemi democratici (tangentopoli, la partitocrazia, gli inciuci D’Alem-berlusconiani, i patti con le mafie, l’attacco ai giudici di questo o quel politico, le politiche locali dei pretoriani di questo o quel partito ecc.) è certamente cosa utile, non lo nego, ma non crediate che cambierà una sola virgola dei problemi capitali di tutti gli italiani, cioè dei vostri problemi di vita, perché la loro origine è decretata altrove e dal vero Potere. O si comprende questo operando un grande salto di consapevolezza, oppure siamo al muro.
“Un colossale e onnicomprensivo ingranaggio invisibile manovra il sistema da lontano. Spesso cancella decisioni democratiche, prosciuga la sovranità degli Stati e si impone ai governi eletti”. Il Presidente brasiliano Lula al World Hunger Summit del 2004.
E’ nell’aria.
Come ho detto, sarò specifico, ma si deve comprendere sopra ogni altra cosa che oggi il Potere è prima di tutto un’idea economica. Oggi il vero Potere sta nell’aria, letteralmente dovete immaginare che esiste un essere metafisico, quell’idea appunto, che ha avvolto il mondo e che dice questo: ‘Pochi prescelti devono ricevere il potere dai molti. I molti devono stare ai margini e attendere fiduciosi che il bene gli coli addosso dall’alto dei prescelti. I governi si levino di torno e lascino che ciò accada’.